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Questo Satsang è tratto dall'invito al ritiro di capodanno 2008.
Conviene stare nel centro Nel centro zampilla la vita come nella pupilla, alla periferia l’energia si ritira e lascia il posto alla morte. Osservo un’Agave e il mistero e palese: le foglie esterne seccano, quelle interne, succose di linfa, un inno alla vita di cantare cercano. Il pino nutre i rami nuovi, in alto e nel centro, quelli sotto, privi di alimento seccano e imbruttiscono, utili solo ad alimentare il fuoco. Il fico non rifà mai le foglie sul ramo vecchio, frutti e foglie sono privilegio esclusivo del ramo nuovo. Il cespo di rose fiorisce sui nuovi rami in cima ai quali s’apre la delicata rosa. La rosa si espande dal centro alla periferia, mandalica espressione dell’inesprimibile. Il centro nostro è l’occhio dell’anima da dove zampilla la Luce della Superanima. Questa è l’acqua della vita che ci tiene verdi, vivi e radiosi con mente, parola e cuore luminosi. La periferia è rappresentata dai sensi e dalla mente da essi soggiogata. se restiamo sempre confinati in essi ci prosciugano, rinsecchiscono e abbruttiscono oscurando ogni divin splendore. Potremo essere puliti e profumati ma il nostro volto non irradierà luminosità alcuna. conviene stare nel centro e sempre ad esso tornare poiché e nel centro che costantemente ci si rinnova e ci si ritrova. (Sirio)
Shiva dicono gli shivaiti, Vishnu i vaishnava, Buddha i buddisti, Gehova i Cristiani e gli ebrei, Allah i mussulmani, Satguru e Satnaam i Sikh, Tu sei la stessa innominabile Verità eterna, chiamata con tanti nomi, descritta in svariate forme. Tu, bellezza assoluta, Amore supremo, perfezione inconcepibile. Gli eruditi han consumato Le loro dita nel Cercare di descriverti. Gli yogi hanno contorto Il corpo come una molla per cercare di realizzarTi. I Sadhu hanno rinunciato ad ogni avere per poterti inseguire e possedere. I monaci si ritirano nei conventi controllando sensi e pensiero per poter avvertire un Tuo minimo sentore. I Tuoi devoti laici consacrano a Te ogni loro avere per poterti servire nell’umanità afflitta. Tu, diffuso in ogni dove, Ti concretizzi nella persona del Satguru e attraverso di Lui illumini la coscienza dei pochi Tuoi autentici devoti. (Sirio)
Solamente guardando attraverso i sensi immobili, qualcosa percepiva e portava nel suo assoluto silenzio un mondo di forme vuote, di ombre materializzate senza vera sostanza. Non c’era ne l’uno ne i molti, ma solo Quello, assolutamente senza tratti, senza relazioni, puro, indescrivibile, impensabile, assoluto, ma supremamente reale, la sola cosa reale. E non era una forma mentale, qualcosa che si percepiva da qualche parte in alto: non era un’astrazione, era positivo, la sola realtà positiva (quantunque non fosse un mondo fisico spaziale), che riempiva, occupava o piuttosto inondava e annegava questa parvenza di mondo fisico, non lasciando alcun luogo o spazio per altre realtà che non fosse se stessa e non permettendo a null’altro di sembrare reale, positivo e sostanziale. Questa esperienza mi apportava una pace indicibile, un formidabile silenzio un infinito abbandono e un’infinita libertà. (Shri Aurobindo)
Bellissimo questo resoconto di un Samadhi di Shri Aurobindo, uno dei più grandi mistici di questo nostro secolo appena passato. Chiunque si sia accostato allo Yoga negli anni sessanta/settanta ha senz’altro letto qualche libro di questo grande Maestro o della Sua collaboratrice e successore: la Mere o la madre; di nome Mira Alfassa. Alla fine degli anni sessanta era stata pubblicata la Sintesi dello Yoga di Aurobindo e questo fu uno dei primissimi libri (anzi, erano tre volumi) che io acquistai nel 1972 dopo il mio primo risveglio spirituale. Era un momento in cui avevo una smaniosa fame di conoscenza giacché avevo avuto una fantastica esperienza, piovutami addosso a ciel sereno, per pura grazia di Dio. Insomma, dopo quell’esperienza mi ero convinto di avere sperimentato un contatto vero e reale con la coscienza divina o, in altre parole, Dio stesso, pertanto volevo sapere che cosa avevano da dire i personaggi che si supponeva avessero avuto più volte quel tipo di realizzazione. Pertanto La sintesi dello Yoga fu uno dei vari libri pubblicati da Ubaldini che in quell’occasione mi venne per le mani in una delle tante librerie di Milano. Aperto il primo volume vi trovai una bellissima foto di questo mistico/filosofo che mi piacque assai. Quindi lo acquistai più per il fascino che quella foto esercitò su me, che per il contenuto dell’opera. Infatti, il modo di scrivere di Aurobindo era talmente filosofico e intellettuale che per me (in quella fase iniziale) era quasi del tutto impossibile afferrare il contenuto del Suo insegnamento. Scriveva a un livello così elevato che per me era quasi impossibile capirlo. Ovviamente, come sempre accade in tali circostanze: meno si capisce, più misterioso e affascinante diventa il messaggio. Infatti così fu per me, che rimasi catturato dal testo proprio perché non riuscivo ad afferrarne il significato. Mi innamorai di lui, cioè: del suo insegnamento inafferrabile e del suo volto. Presi a considerarlo il mio Maestro e nel primo piccolo ashram cittadino che fondai a Milano nel settembre del 1972 la sua immagine che avevamo dipinto dalla sua foto, fu una delle poche cose che avevamo appeso al muro. L’altra era una grande Yantra o mandala che avevamo pure fatto noi e un immagine del Signore Buddha. Restai a vivere in quel piccolo ashram che si trovava nella periferia di Cernusco sul Naviglio per poco più di un mese, poi morì mio padre e io dovetti tornare a casa per consolare mia madre che era sconvolta. Aurobindo ebbe una vita molto interessante che lo portò a fare una buona sintesi di tutto quanto di meglio ha da offrire l’oriente e l’occidente. Infatti come Krishnamurti fu inviato a studiare in Inghilterra da Anne Besant, anche lui fu inviato da suo padre, all’età di sette anni, nello stesso paese, per compiere i suoi studi. Per cui studiò molti dei grandi filosofi, letterati e scienziati d’occidente. Era uno studente brillante da sorprendere i suoi insegnanti perché apprendeva molto velocemente i soggetti e gli insegnamenti dei vari lettori che, via via, si trovava a dover studiare. In seguito, all’età di vent’anni, nel 1982, ritornò in India in seguito alla morte di suo padre. Qui si impegnò nella lotta politica contro gli invasori inglesi cercando di destabilizzare il loro potere. A un certo punto fu catturato e mandato in prigione per un periodo di tempo. Proprio prima dell’accaduto, aveva riscoperto lo Yoga e il Vedanta e si era molto appassionato della spiritualità del suo paese. Quel periodo passato in carcere fu una grande benedizione giacché, avendo tanto tempo a sua disposizione, prese a meditare assiduamente con il risultato che ebbe tante bellissime esperienze spirituali di grande profondità. Quando infine uscì dal carcere non tornò mai più all’attività politica, ma si trasferì a Pondicherry dove fondò un ashram dal quale non si spostò mai più. Lo colse la morte il cinque dicembre nel 1950 all’età di settant’otto anni. Questo è un altro dei tanti esempi in cui l’apparente disgrazia si trasforma nella più grande fortuna. In questo mondo niente è come sembra, tutto è diverso da come appare a prima occhiata. Molto spesso le grandi difficoltà che si frappongono sul corso della nostra vita diventano le più grandi opportunità di cambiamento, di rinnovamento e di nuove scoperte. Il caso di Aurobindo è uno dei tanti che sono accaduti a grandi uomini i quali, facendo tesoro di opportunità create da enormi difficoltà, sono riusciti a dare una svolta decisiva alla loro vita. A uscire dalla consuetudine, dalle azioni compiute in automatico, dall’abitudinario, l’alienazione di una vita ormai senza scopo e data per scontata per approdare a una nuova visione della vita piena di significato, di nuovi ed elevati progetti, uno scopo pieno di senso. Sia nel campo della spiritualità, sia nel campo della ricerca scientifica, sia nell’arte e nella terapia, chiunque sia riuscito a scoprire qualcosa di speciale e di elevato lo ha fatto solo dopo essere passato attraverso un periodo di crisi più o meno intensa. Da Buddha a Gesù, da San Francesco a Dante, da Guru Nanak a Kabir, da Baba Sawan Singh a Sant Ajaib Singh, Ramakrishna, Shivananda, Ramana Maharishi per concludere col personaggio che stiamo prendendo in considerazione, Aurobindo, tutti hanno avuto la grande svolta dopo essere passati attraverso una grande crisi per cui hanno capito, e lo hanno capito una volta per tutte, che il vero scopo della vita è realizzare la somma Verità dell’esistenza e che tutto il resto è subordinato, sottostante, questo elevatissimo obiettivo. Anche nel campo della medicina, tutti coloro che hanno inventato qualcosa di nuovo e di funzionante, lo hanno fatto dopo una grave malattia, dopo una crisi profonda nel confronti della medicina ufficiale da loro precedentemente praticata. IL Dott. Bach, il Dott. Hammer, per citare alcuni esempi tra i più famosi, ma poi un’infinità di altri medici e terapeuti meno popolari i quali hanno inventato, o studiato, metodi di cura alternativi per ridare senso e direzione alla loro pratica medica che era ormai finita in un vicolo cieco. Sta di fatto che chiunque si allontani dal consorzio umano composto da macchine pensanti in automatico e sia voluto diventare un essere pensante in modo autonomo e creativo, lo fa solo dopo aver preso coscienza del modo estremamente superficiale, falso, ipocrita e banale in cui vive, agisce e interagisce la gente comune, schiava del sistema. Per ritornare al caso di Aurobindo fu, appunto, l’incarcerazione a spingerlo, o costringerlo, al cambiamento radicale. Trovatosi in carcere aveva ampio tempo per dedicarsi alle pratiche meditative e sviluppare un’esperienza soggettiva e personale di quello che si può leggere nelle scritture riguardo a Dio e il cammino che porta a Lui. E, bisogna dire, che ci si dedicò anima e corpo a questo elevato progetto. Meditava assiduamente e cominciò ad avere tante belle esperienze di estasi, Samadhi, levitazione ecc. Come dicevo pocanzi questo processo era incominciato già prima che entrasse in prigione in seguito all’incontro con uno Yogi speciale che gli diede un sorta di iniziazione in una pratica meditativa. Quindi anche nel suo caso l’incontro con un umano elevato fu di grande importanza. In seguito, dopo la scarcerazione si trasferì a Pondicherry, fondò un piccolo ashram che in seguito divenne uno tra i più importanti dell’India di allora. Peccato che dopo lui e la Mere nessuno dei loro discepoli è riuscito, di fatto, ad assumere la guida della loro organizzazione dimostrando di avere lo stesso tipo di carisma. Ora la loro organizzazione non ha un Maestro vivente e di conseguenza si è un po affossata.. Dopo aver letto la Sintesi dello Yoga mi convinsi che Aurobindo era il mio Maestro spirituale (come ho già accennato) e volevo tanto andare in India per recarmi nel suo ashram. Sta di fatto che durante il percorso vari incontri che feci mi fecero cambiare itinerario, per cui, una volta giunto in India invece di andare a sud verso Pondicherry, andai a nord alla volta di Rishikesh..Fu infatti li che sentii parlare per la prima volta di Sant Kirpal Singh ji e potei andarlo a trovare a Dhera Dhun dove aveva il suo Centro dell’Uomo. Non avevo ancora capito che c’è bisogno di un Maestro vivente per accendere la torcia della spiritualità e che una torcia spenta o “che non c’è più”, non è più in grado di accendere niente. Comunque lo capii molto bene dopo aver incontrato il mio Satguru vivente il quale mi sbalordì completamente per il tipo di “contagio spirituale” che riuscì a provocare in me. Ebbene Aurobindo è comunque sempre rimasto uno dei Maestri da me amati e per il quale nutro un certo rispetto e gratitudine. Il suo contributo all’evoluzione della gente della mia generazione è stato notevole e resta, per le generazioni future, un grande esempio di un Maestro di grande meditazione che non ha sbalordito la gente con giochi di prestigio, o di magia, ma li ha influenzati col suo carisma e il suo grande esempio di persona dedita esclusivamente alla realizzazione di una vita divina. Nessuno dei grandi Maestri del secolo appena passato ha fatto clamore con miracoli publici e materializzazioni di articoli da bigiotteria. Ramakrishna,Vivekananda, Yoganada, Shivananda, Aurobindo, Tagore, Ramana Maharshi, Krisnamurti, Soami Ji Maharaj, Baba Jaimal Singh, Baba Sawan Singh, Sant KIrpal e Sant Ajaib Singh, nessuno di questi giganti spirituali del nostro tempo ha compiuto miracoli publici. Certo, se si va a parlare con i loro devoti saranno tutti pronti a dichiarare che infinita è stata la grazia che hanno ricevuto dai loro Maestri e che tanti sono stati i fatti sbalorditivi successi nel periodo di associazione con loro. Ma questi fatti sono risaputi soltanto dai devoti di un Maestro, le gente comune non ne sa niente ed è giusto che sia così perché le perle sono per i cigni e non per i corvi. I corvi è giusto che continuino a cibarsi di vermi e di carogne giacché non anelano altro tipo di alimento. Pure io, nella mia associazione coi miei Maestri ho visto tanti fatti veramente sbalorditivi che accadevano spontaneamente proprio perché Dio operava attraverso di loro e provocava tutti quei fenomeni. Gente speciale che entrava in samadhi per ore, che vedeva apparire in meditazione la forma radiante del Maestro, da solo o insieme al Suo Maestro, che durante il darshan veniva visto trasformarsi in tanti altri Maestri del passato poiché il potere divino voleva far vedere ai devoti che il corpo cambia, ma la luce e sempre la medesima. Anche oggi queste esperienze continuano ad accadere e sono tante le persone che mi raccontano di vari tipi di esperienze come quelle sopra descritte che gli accadono quando sono con il Maestro vivente. Infatti, la Luce è la medesima, le pratiche pure e le esperienze sono tali e quali.In realtà è Lui, l’Essere Supremo, che opera le sue meraviglie attraverso il Polo fisico in cui ha scelto di operare. Il Maestro Kirpal diceva: “Noi vogliamo essere quel tipo di curatore spirituale come si narra nei Vangeli di Gesù. Quando una donna toccò il lembo della Sua veste e si sentì curata dalla sua malattia lo ringraziò per la grazia concessale, ma Gesù disse: ‘Donna è stata la tua fede a guarirti.’ “ Infatti la fede è un grande aiuto sul cammino spirituale: se abbiamo una grande fiducia e fede nel nostro Maestro, come pure in Dio, saremo di gran lunga più avvantaggiati di coloro che non l’hanno. La fede abbatte i muri e ha buon esito laddove tutti gli sforzi umani falliscono. Ebbene, cosa cerca di comunicarci Shri Aurobindo con questa bellissima narrazione di uno dei suoi stati di Nirvikalpa Samadhi o Nirvana, assorbimento in Dio.Egli vuole farci partecipi di questo elevatissimo stato di coscienza per dare speranza pure a noi: che se ci sforzeremo nell’ascesi mistica, allora pure noi potremo arrivare ad avere queste stesse esperienze. Che queste realizzazioni non sono privilegio esclusivo degli Indiani, dei Cinesi, degli Europei, degli africani o dei signori americani che tutto posseggono e tutto dominano. No, Satguru Kirpal diceva che questo è un diritto di primogenitura di ogni uomo, e un’eredità genetica che viene dal nostro Supremo Padre, l’Essere Vero. E’ lui che ha deposto nel nostro spirito i semi della Divinità e ogni seme, quando trova le condizioni adatte germoglia, cresce e diventa quella pianta che si supponeva diventasse. Vale a dire: Dio stesso. Per cui Shri Aurobindo incomincia la Sua descrizione dicendo:
Solamente guardando attraverso i sensi immobili, qualcosa percepiva e portava nel suo assoluto silenzio un mondo di forme vuote, di ombre materializzate senza vera sostanza.
Ecco, questo è un caso di uno stato di coscienza che si è del tutto scollegato dalla percezione puramente fisica e sensoria della realtà materiale. Dice che i sensi erano immobili e tuttavia qualcosa, cioè il Se, percepiva, in uno stato di assoluto silenzio, assoluta immobilità, un mondo di forme svuotate dalla loro sostanza come fossero ombre. Tra una persona, un’oggetto o che si voglia e la sua ombra vi è una sostanziale differenza. L’uno è reale, l’altro è semplicemente un effetto senza sostanza. Tuttavia qui Aurobindo non sta descrivendo ombre, ma tutto il mondo oggettivo. Che, tuttavia egli percepiva come qualcosa di assolutamente irreale. Infatti i Maestri dicono che il mondo fenomenico è Maya, illusione, parvenza del vero, ma irreale. Ovviamente per chi non ha mai esperito stati di coscienza di questo tipo potrà ben pensare e concludere che con quest’uomo (Aurobindo) c’era qualcosa che non andava; che la sua mente non era del tutto normale. Forse uno psicologo potrebbe facilmente giungere a questa conclusione quanto un contadino, un sacerdote e un avvocato. Tuttavia chi ha esperimentato a sua volta stati mistici di questo tipo capisce benissimo di che sta parlando e sa che ogni minimo dettaglio è reale e vero. Inoltre chi pensa che incontrare Dio sia trovarsi a faccia a faccia con un vecchio barbuto su nell’alto dei cieli non capirà di certo che Dio non è una persona, Dio è uno stato di coscienza in cui noi non ci siamo più e solo “Quello” è.
Non c’era ne l’uno ne i molti, ma solamente “Quello”, assolutamente senza tratti; puro, indescrivibile, impensabile, assoluto, ma supremamente reale, la sola cosa reale.
Qui entra ancor più nei dettagli, è più concreto nella sua estrema difficoltà a descrivere ciò che è, indescrivibile. Dice che non era uno, perché altrimenti ci sarebbero stati anche i molti. No, c’era “Quello” che può voler dure tutto e niente, ma questo e ciò che “Quello” è: tutto o niente. Per chi lo realizza è la Realtà Assoluta, per chi non ha la benché minima idea di “Quello”, è un assoluto niente. Questo è il grande problema degli esseri umani: che spesso, o si potrebbe dire sempre, si parla lingue incomprensibili. Cioè non ci si capisce mai. Perché? Perché ogni individuo da alle cose un valore corrispondente a quello che quella cosa particolare ha per lui o lei. In sostanza se una cosa ho avuto modo di conoscerla ha per me un valore corrispondente al tipo di esperienza che io ho avuto di quella cosa. Per esempio, io posso aver avuto una pessima esperienza andando in montagna: stavo per cadere in un burrone.” Ebbene, per me la montagna è irta di pericoli, non vedo altro in quell’esperienza. Per un altro, che magari sa come muoversi in montagna e ha avuto sempre bellissime sensazioni che la montagna non manca di procurare in abbondanza, andare in montagna è una delle cose più belle della vita. A me piace il dolce, è il sapore migliore in assoluto. A me il dolce mi disgusta, gradisco di gran lunga le cose piccanti e saporite. Io amo mangiare senza sale e le spezie mi disgustano. E così via e così di seguito. Ovviamente se uno che ama mangiare speziato va a dire a chi mangia la pasta con la panna quanto è gustoso il curry è sicuro che l’altro non capirà per niente di che sta parlando. Quindi, in sostanza, non ci si capisce mai. Ancora: per il buddista Dio non esiste, ma esiste il Nirvana che è uno stato di annullamento simile a quello che Shri Aurobindo qui descrive. Per l’islamico l’uomo non potrà mai diventare uno con Dio, per il cristiano è ovvio che Gesù era Dio. Per gli Hindù ci sono gli Avatar, per gli ebrei il Messia che ha ancora da venire, per i Sikh Dio ha smesso di manifestarsi in sembianze umane quando morì Guru Gobind Singh. In sostanza è vero che Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza, nel senso che il microcosmo del corpo umano è il Macrocosmo in scala ridotta, ma è ancor più vero che l’uomo ha fatto Dio ha sua immagine e somiglianza attribuendo a Dio tutti i difetti e le malformazioni di cui sono vittime gli esseri umani. Quindi gli ebri pensano che se si entra a pregare Dio in una chiesa si compie una bestemmia. I mussulmani non entrerebbero mai in una sinagoga o in un tempio Hindu altrimenti si sentirebbero infedeli ad Allah. Insomma tante assurdità che gli umani limitati e ignoranti attribuiscono a Dio che è il Sommo Padre, la somma madre (consideriamolo come ci pare) di noi tutti. Anche qui, a proposito: per alcuni Dio è solo maschio, per altri Dio è solo femmina, per altri è entrambi e che altro aggiungere?... La gente comune, che non ha nessuna esperienza della Suprema Realtà, si fa tante idee strane, inoltre danno retta ai cosiddetti religiosi che ne sanno meno di loro, per cui la grande confusione generale è subito spiegabile. Che fare? Subito detto: cercate un Maestro realizzato, uno che non ha solo letto tanti libri, ma che ha meditato per anni varie ore al giorno, e che di tanto in tanto si è fatto ritiri assidui di meditazione. Lunghi periodi in cui non faceva altro che meditare in solitudine o insieme a qualche altro buon meditatore poiché è solo a tali insistenti ricercatori che Dio si manifesta nel modo che più si addice a quella persona. Se diverremo accaniti frequentatori degli intensivi di meditazione tenuti da tale grande essere, allora anche noi potremo un giorno avere le stesse esperienze avute da lui o lei che sia. Ricordate, non c’e altro modo. Che ci crediate o no, questo fatto non cambia di una virgola. “Se volete realizzare la Verità, cercate qualcuno che l’ha realizzata.” Questo è ciò che troverete scritto in ogni pagina del Guru Granth Sahib: la scrittura sacra dei Sikh. Pertanto Aurobindo ci dice che “Quello” è senza tratti, assoluto, impensabile, indescrivibile, ma assolutamente reale, anzi: è la sola cosa reale. Certo, se come prima affermava, tutto il mondo oggettivo gli appariva come qualcosa di vuoto di sostanza simile a un’ombra, illusorio; allora è chiarissimo che la Realtà Suprema che Lui stava contemplando è la sola Realtà. Il grosso problema è che risulta del tutto impossibile descriverla a che non l’ha esperimentata giacché è, a proposito, impensabile e indescrivibile. Pertanto non ci rimane altro che fare lo sforzo di realizzare pure noi quell’esperienza attraverso una vita completamente dedita a tale elevatissimo fine. Quindi non vivremo come quei sedicenti ricercatori della verità che oggi hanno una moglie, l’anno prossimo una compagna e tra due anni una terza e così via. Non penseremo con loro che Dio si possa realizzare attraverso un atto sessuale (non c’e cosa più assurda di questa) o che il piacere sfrenato sia un modo per assaporare il divino. Noi, veri ricercatori del Vero, crederemo fermamente che Dio si concede solo a chi compie ogni possibile sacrificio per poterlo realizzare e che è solo riducendo considerevolmente il coinvolgimento con il piano mentale e sensuale che potremo trascendere la condizione umana e realizzare quello che Aurobindo qui descrive.
E non era una forma mentale, qualcosa che Si percepiva da qualche parte in alto; non Era un’astrazione, era positivo, la sola realtà positiva (quantunque non fosse un mondo fisico spaziale) che riempiva, inondava o annegava questa parvenza di mondo fisico. Non lasciando spazio per nessun altra realtà che non fosse se stessa e non permettendo a null’altro di sembrare reale. positivo e sostanziale.
Incredibile, che descrizione stordente di questa Realtà al di la di ogni realtà che riempiva, inondava fino a farla annegare, questa parvenza di mondo fisico. Quindi non era spaziale, non era un’astrazione; era positivo, la sola realtà positiva. Quando ci si trova immersi nella sacra presenza divina, oppure si potrebbe dire: quando si è inondati da tale coscienza onnipervadente, non soltanto sentiamo di essere profondamente divini noi stessi, ma anche il mondo circostante diventa completamente trasformato in qualcosa di assolutamente divino e perfetto. Quante volte mi sono trovato nella “Vera Coscienza” in cui ogni traccia di irreale e illusorio scompariva e restava soltanto quella Realtà assolutamente vera e tangibile che non lasciava spazio a nulla di falso o illusorio. In quello stato è come se ci si mettesse un paio di occhiali con cui si vede solo la Verità e tutto acquisisce il tipico colore della Verità. Si ha l’assoluta certezza che quella è la Realtà e che quando si perde quella condizione straordinaria si sprofonda nell’ignoranza, nella disarmonia e nella divisione. Per cui il nostro saggio Aurobindo ci dice che quella realtà è onnipervadente, non permette a null’altro di sembrare reale, positivo o sostanziale. Da questo possiamo ben capire in che assurda illusione viviamo, in che sogno cosmico siamo immersi per il quale vediamo reale ciò che è illusorio (la dualità) e ci è impossibile vedere ciò che invece è assolutamente Vero (l’unità dell’essere). Quindi siamo guerci, biechi e ciechi, siamo andicappati e non ce ne rendiamo conto. Fortunatamente ad alcuni accade di avvertire un non ben comprensibile disagio esistenziale per cui sappiamo che ci manca qualcosa che deve essere di grande valore. Di conseguenza cominciamo a cercare, a indagare, ci mettiamo in moto e vogliamo trovare una via di uscita da questo labirinto da incubo. Se la nostra ricerca è sincera, ci imbattiamo in qualcuno che ha trovato la via di uscita il quale ci prende in sua custodia e ci aiuta a uscire dalle tenebre in cui siamo. Aurobindo ha sempre parlato della discesa della Supermente. Non ha parlato dell’uomo che ascende alla Supermente attraverso un viaggio nei piani interiori, ma di una discesa della coscienza oltre la mente nell’essere umano per la quale la sua intera prospettiva viene rovesciata e ci si trova nella “Vera Coscienza”. Quindi una sorta di epifania in cui non è Dio che si fa uomo, ma è l’uomo che si scopre divino.
Quest’esperienza mi apportava una pace indicibile, un formidabile silenzio, un infinito abbandono e un Infinita libertà.
Quindi il nostro grande saggio non era un lunatico, non era un’illuso, non era un disagio psichico il suo poiché altrimenti tutta questa pace indicibile, questo formidabile silenzio, abbandono e libertà non sarebbero stati possibili. Chi vive un disagio psichico non ha tutta questa pace, silenzio e libertà. È estremamente tormentato dalle sue instabilità emotive e psichiche. Invece no, questo non è il caso del nostro superuomo il quale afferma che l’effetto che gli lasciava questa formidabile esperienza era di una pace, quiete, abbandono di se e libertà indicibili. Quanto si vorrebbe che un simile stato fosse a panneggio di tutti gli esseri umani. Che tutti potessimo superare tutte le paure, le angosce, le manie e le ossessioni che non ci danno pace ne nello stato di veglia ne nello stato di sogno. Infatti di giorno siamo tormentati dai pensieri, di notte siamo tormentati dai sogni che talvolta diventano veri e propri incubi. Poveri noi! Che fare per porre fine a questo stato miserevole? Ebbene, non c’è altro modo (lo si è già detto), l’unica via di uscita è in verticale: o ascendiamo a Lui, o Lo attiriamo a noi. O ci innalziamo a Lui, o attraverso le nostre invocazioni assidue del Suo nome, creiamo un tale campo magnetico di attrazione per cui “Quello” potrà scendere in noi a trasformarci completamente in Lui. Proviamoci, ne val la pena. Ve lo assicuro, è la cosa di grande valore, è lo scopo della vita, è ciò che tutti noi esseri umani dovremo prima o poi fare, per cui facciamolo prima possibile e poi godiamoci tutta questa bontà divina descrittaci da Shri Aurobindo. Dall’uno al sei di gennaio faremo un ritiro qui all’ashram per il quale è possibile toccare per mano tutto quello (o in parte) che Aurobindo ci ha illustrato. Sono opportunità d’oro di cui, purtroppo, solo pochissime persone ne approfittano. In questo ritiro festeggiamo in modo del tutto spirituale il Natale, l’anno nuovo e l’Epifania affinché anche su noi scenda lo Spirito di Dio e ci trasformarci a Sua immagine. |